domenica 2 settembre 2012

CHIVAS REGAL



Lei è sempre là, nell’angolo più nascosto del secondo ripiano.
Io entro in cantina e la maggior parte delle volte nemmeno me la ricordo. Ma dentro di me so che è ancora addossata alla parete, coperta di polvere ormai secca, e sembra aspettare un mio gesto, la mano che si insinua tra le altre bottiglie, poi la afferra e la solleva alzandola per il collo…
L’etichetta dorata è ancora vivace come allora, e il bollino azzurro col marchio US Navy è sempre al suo posto. Lo so bene perché ciclicamente, ma senza alcuna logica, càpita di spostare scaffali e vecchie scatole, di pulire ripiani riposizionando le cose da un posto all’altro. E nel farlo succede che tra quelle cianfrusaglie che si accumulano in cantina,  ogni tanto sia il turno di vini e bevande. Tra improbabili liquori –mitica una grappa al miele, Raspamiel- e vecchi vini sulla cui qualità avrei ormai qualche dubbio, mi viene regolarmente in mano la bottiglia di Chivas. Quando ne entrai in possesso era un formato sconosciuto in Italia: un litro. Poi l’avvento di supermercati sempre più grandi e forniti deve aver moltiplicato le necessità dei consumatori, sino ad arrivare ai giorni nostri, dove tra le corsie e i carrelli si trovano senza difficoltà bottiglie che vanno dal timido mignon al possente magnum da svariati litri.
Ma il mio Chivas è una bottiglia particolare.
Io la tratto con estrema cura, come fosse cosa preziosa.
E in effetti preziosa per certi versi lo è.

* * * * *






Il vero nome del locale era Bill Of Quantity, ma per tutti era conosciuto come BoQ, da noi strafalcionato in Biuchiù.
Situato all’interno del perimetro nella base Nato di Sigonella, a pochi chilometri da Catania,  era frequentato quasi esclusivamente dalla truppa. Quei giovani Americani in divisa, qualunque fosse il colore della loro pelle, spesso si accompagnavano a ragazze rimorchiate in città e là riportate alla fine della notte. Tra il chiasso del locale e l’odore di carne bruciacchiata sulle griglie del fast food interno i tavoli si riempivano poco per volta di enormi quantità di lattine di birra vuote e portacenere colmi di mozziconi.
L’elettricità nell’aria saliva gradatamente sino a quando iniziavamo noi a suonare su quel piccolo palco addossato alla parete più lunga. Orribili tende verde oliva ci facevano da sfondo dividendoci dalle vetrate ma non ci facevamo caso. Per noi quel posto era l’America, con la A maiuscola. Il biliardo, le voci, gli accenti di ragazzi come noi, il loro entusiasmo  nel sentire le note di Santana o dei Grand Funk uscire dai nostri amplificatori, l’odore degli Hamburger e il neon con la scritta Miller Beer lampeggiante…si, per sei sere a settimana eravamo in America, in qualche punto imprecisato della Route 66. E dalle nove alle undici spaccate, quando la direzione riaccendeva le luci, noi eravamo giovani rocker in mezzo a coetanei schiamazzanti in quel locale fumoso.
Ben diversa la situazione nei locali destinati ad ufficiali e sottufficiali, dove ogni tanto ci capitava una serata. Sembrava di trovarsi su un set cinematografico. Le bottiglie maniacalmente ordinate sul muro del bar, gli specchi lustri, la postazione con bersaglio e freccette ben illuminata e le poltroncine in pelle rossa. I clienti eleganti, se per elegante si può definire chi indossa vistosi pantaloni a riquadri verdi e blu con giacca rossa e cravatta regimental su camicia hawaiana, le voci quasi sussurranti, nell’aria odori di spezie e qualche profumo dozzinale di deodorante d’ambiente. Sembravano mondi diversi, anzi, lo erano, pur coabitando la stessa pianura dove il nero della lava era punteggiato solo dal giallo delle ginestre e dalle enormi pale di fichi d’india.
Noi suonavamo al BoQ da lunedì a sabato, tutte le settimane per un lungo, sudatissimo mese. Il mese successivo era il turno di un altro gruppo che a sua volta doveva “tenere” lo stesso periodo e così via.
Nel mese di ottobre del 1975 il direttore del BoQ, un civile, il burbero e massiccio Mr. Collins, per ravvivare un poco lo spirito dei suoi clienti decise di affidare la mesata di novembre ad un gruppo inglese. Il loro spettacolo però era particolare in quanto del loro staff facevano parte due spogliarelliste che a metà dell’esibizione della band intervenivano col loro numero di nudo quasi integrale.
Grossa novità, pensammo tra di noi, peccato non poter assistere ad una loro serata.
Naturalmente, oltre ai sommovimenti ormonali dovuti all’età, c’era anche una buona dose di rivalità, il naturale antagonismo tra musicisti. Come suoneranno questi diavolo di inglesi ci chiedevamo da poveri provinciali italiani.
Credevo sarei rimasto col dubbio ma non fu così.
Appena giunti all’aeroporto di Catania i quattro simpatici Londinesi avevano pensato bene, credendo di trovarsi ancora a Piccadilly, di lasciare incustoditi i loro strumenti per qualche minuto. In men che non si dica la chitarra di Pete, così si chiamava il malcapitato chitarrista, era sparita e il giovane era rimasto così appiedato.
Venni a conoscenza della cosa quasi in tempo reale, poichè Mr. Collins mi telefonò la sera stessa chìedendomi, in qualità di chitarrista del gruppo che aveva appena concluso il mese, di dargli una mano per risolvere la situazione. Nell’attesa di fare arrivare dall’Inghilterra la seconda chitarra che Pete aveva lasciato a casa, avrei dovuto prestargli la mia per qualche giorno.
Inorridii alla richiesta.
La mia preziosa Gibson Les Paul Deluxe Gold Top era il frutto di anni di sacrifici; o meglio, il premio per la conquistata maturità. Ricordo come fosse oggi mio padre, all’inizio del quinto anno, pronunciare la fatidica frase tra il disappunto appena mascherato di mia madre:
- se sarai promosso ti compro la macchina o, se lo preferisci, una chitarra elettrica di pari valore.
L’auto sarebbe stata una 500 usata, ovvio, ma io sapevo bene che il suo valore avrebbe coperto il costo della più ambita chitarra.
Non c’era storia, secondo voi cosa avrei potuto mai scegliere?
Ridotte  le mie aspirazioni di mobilità all’uso della vecchissima Vespa 150 di mio padre, iniziai a studiare come un matto sino al raggiungimento dell’agognato premio.
Nel negozio di strumenti musicali del sig. Lanzanò gli arrivi di Gibson non erano così usuali all’epoca, e quando nell’agosto successivo all’esame ricevetti la telefonata del negoziante che mi comunicava di averla appena ricevuta, non fui sorpreso di trovare nel suo locale una piccola folla di appassionati che mi guardava con malcelata invidia.
Era come un sogno, avevo sempre desiderato quella chitarra e poterla finalmente toccare, sentendola mia, fu una sensazione mai più provata con altri oggetti.
Capirete quindi la mia riluttanza a concederla in prestito ad uno sconosciuto che era stato in grado persino di farsene rubare una da sotto il naso. Stavo quindi per rispondere no a Mr.Collins  quando una vocina interiore mi sussurrò piano: attento, puoi rifiutare, certo, ma ricorda che quell’uomo fa suonare te e la tua band diversi mesi ogni anno. Non hai nessun obbligo, ma un po’ di riconoscenza magari sarebbe dovuta, non credi?
Sapevo che era vero così, anche se un poco a malincuore, senza pensarci più di tanto gli risposi di si.
Ma ad una condizione. La mia Les Paul non avrebbe mai “dormito” fuori casa. L’avrei portata io stesso ogni sera prima dell’inizio del concerto e alla fine me la sarei riportata a casa. Il gestore accettò senza alcun problema, tanto l’onere del viaggio andata e ritorno era mio.
Compagno d’avventura fu il mio buon amico Sergio.
A bordo del suo Benelli 125 per sei sere andammo e venimmo lungo il tragitto Catania-Sigonella infagottati in pesanti giubbotti per il ritorno di  notte e con l’ingombrante custodia della chitarra tra di noi. Ad attenderci Pete, tutto sommato un bravo ragazzo coi suoi occhialoni dalle lenti spesse, e soprattutto Pam e Gwen, le due spogliarelliste con le quali purtroppo però non riuscimmo fraternizzare come avremmo voluto.
Fu una bella settimana, passata questa volta dalla parte del pubblico. Con gli occhi attaccati a turno tra quello splendido strumento color oro che dal palco sembrava parlare (merito, questo, del bravo chitarrista) e due paia di tette scultoree che, per ragioni differenti, sembravano parlare anch’esse.
L’ultima sera, mentre mi riconsegnava la chitarra, nel ringraziarmi con un abbraccio Pete mi disse che il suo strumento sarebbe arrivato l’indomani dall’Inghilterra e che il nostro aiuto non era più necessario.
All’uscita del BoQ incontrai Mr. Collins che vedendomi andare via si avvicinò e con estrema cortesia, mettendo mano al portafogli, mi chiese quanto mi doveva per il disturbo. Il gesto mi piacque ma mi imbarazzò. In fondo per me tutta l’esperienza era stata un divertimento condiviso con Sergio. La musica, le ragazze, la MIA chitarra sul palco…no, non avrei voluto niente. L’uomo annuì piano al mio fermo diniego, e fu allora che mi disse di aspettare un momento. Lesto scomparve nel retro del bar e ne uscì quasi immediatamente con una bottiglia di Chivas Regal da un litro, formato ad uso esclusivo delle forze armate Usa.
- Accetta almeno questo - mi disse strizzandomi l’occhio.
Con una stretta di mano ci lasciammo dandoci l’appuntamento a qualche mese dopo.
Appena giunto a casa posai la bottiglia sul tavolo della cucina e la osservai in maniera critica. Non ero un bevitore, tantomeno di liquori, quindi il Chivas era in un certo modo come sprecato. Avrei potuto regalarla, ma era pur sempre un oggetto indissolubilmente legato ad una situazione particolare che mi era capitata. Decisi allora solennemente che non avrei aperto quella bottiglia che per una GRANDE occasione. Avevo diciotto anni, tante idee confuse, una vita intera davanti ed ero certo che prima o poi non sarebbe mancato il motivo per assaggiare quel benedetto Chivas Regal in buona compagnia.
I giorni cominciarono a scorrermi accanto, poi i mesi a comporre anni sempre più lunghi, sempre di più tanto che…
E’ passato qualche decennio e di cose ne sono successe tante, buone e cattive, com’è nella natura del tempo e della fortuna che ci tocca.
Quali quelle davvero importanti ?
In effetti il matrimonio potrebbe essere definito importante. Solo che il giorno delle nozze Gabry ed io avevamo veramente troppe cose in testa per pensare anche al Chivas. E quando me ne ricordai la magia dell’occasione ormai era svanita, e assaporarlo anche soli quindici giorni dopo non sarebbe stata la stessa cosa.
Decisi quindi di rimandare ad altra occasione.
Dite che la nascita di un figlio, del primo figlio, può andare bene? Avete ragione, lo pensavo anch’io. Ma i due o tre giorni di ospedale necessari a Gabry per “l’espletamento” della pratica mi distrassero a tal punto che stavolta mi ricordai del Chivas il giorno del battesimo di Nicola. Diversi mesi dopo.
Anche in questo caso era troppo tardi.
E così via. La nascita del secondo figlio, un paio di traslochi, un nuovo lavoro, la nuova sudatissima casa…niente da fare. La bottiglia, per chissà quale misterioso motivo, è sempre là, sballottata da una cantina all’altra, da uno scaffale all’altro.
Ed io qui stasera a chiedermi quale sarà questo avvenimento così importante da consentirmi finalmente di togliere il tappo, versare il liquido color ambra in un bicchiere adeguato, annusarne l’aroma e finalmente degustarlo.
Un sorso per ogni anno passato forse  sarà troppo, o forse il minimo necessario per perdonare le mie dimenticanze. Chissà.
E se a furia di rimandare non dovessi essere io a sturare quel benedetto Whisky?
Hmhmmm…
Mi affaccio alla finestra, l’aria è tersa e la luna piena.
L’estate sta iniziando.
Mi sembra già un motivo più che sufficiente.
Quindi per le prossime ore non disturbatemi, sono in degustazione.

IF (o della sera con pensieri leggeri)


Se tu fossi stata qui stasera
avrei  suonato solo per te
e per nessun altro
ti avrei dedicato ogni canzone
nota per nota
ti avrei esibito infine ai miei amici
chiedendo loro di quanta fortuna
ero destino avendo te
come pubblico e sposa
ma tu non c’eri ad ascoltare
ed io, fantasma tra vivi,
ho dovuto volare anche per te.


GIORNI QUALUNQUE


Una macchia rossa
sopra un giorno qualunque
di un calendario qualunque

Ci parli ogni giorno
interroghi e chiedi
ah, bastassero poche parole…..

Le parole che mancano
Sulle nostre tavole imbandite
E quelle che uccidono
Come pugno, veleno o dinamite

Le parole mai pronunciate
Cancellate ancora prima d’esser vive
Anche quelle d’amore
Mare immenso, mare senza rive

DICIOTTO ANNI





S’implorava un dio benevolo
che fosse scaltro ai nostri bisogni
e fedele al suo sacrificio,
chiedendo troppo
senza averne merito
con l’anima impressa
su carta da imballo
e già il pensiero alla corsa
che avremmo sudato domani.

Era quello un nascere oscuro
perduto lo sguardo nel mare
ma salda la gamba sul molo
con la paura di affrontare
quell’acqua infinita
così vicina
da potersene perfino dissetare

Ricordo allora d’aver detto “mai”
o più probabilmente era “forse”.
Ma i profeti
hanno volti diversi dal mio
che da questo sonno specchiato
rinnovo artifici
senza cambiare mai prospettiva



LA STORIA BUFFA



La storia si ripete.
Anche stavolta ci sono i buoni e i cattivi, come in ogni storia che si rispetti, anche se stavolta con qualche variante.
I buoni sono io. Brigata leggera, direte, ma selezionata, vi rispondo.
Giovane, alto, -allampanato dicono gli amici-  capelli lunghi arruffati, occhiali dalla montatura nera che mi danno un poco l’aria dello studente fuori corso. Vesto sempre un poco trasandato, quasi fossi un Einstein dei tempi nostri. Ma lui era trasandato??? A me piace pensare di si.
Attualmente sono impegnato nella preparazione dell’esame di astrofisica nucleare, per la terza volta. Appunto, fuori corso.
Come ogni sera esco dalla facoltà con le braccia ingombre di diagrammi, libri, articoli, alcuni dei quali simpaticamente occhiolinati da gustose macchie di unto, residuo del panino alla mortadella di qualche ora prima. Pazienza, la scienza non si nutre di sole radici quadrate.
Mio padre, mi aspetta in macchina poco distante dall’ingresso del campus, ed aspettandomi fuma una delle sue odiose sigarette al mentolo, mentre legge con attenzione gli annunci delle massaggiatrici nell’ultima pagina del giornale sportivo. Vecchio puttaniere potenziale, ormai lo conosco bene; si spolpa tutti gli annunci in un nanosecondo, sognando tra sé chissà quale avventura con le esuberanti signorine; in realtà è innamoratissimo di mia madre, e piuttosto che tradirla si farebbe prete. Ma gli piace sognare ad occhi aperti.
Come piace a me.
Ed i cattivi?? Chi sono?
Bè i cattivi sono loro, forse li potete vedere tutti i giorni anche voi.
In questo periodo mi stanno assillando, ma credo che per fortuna la cosa durerà ancora per poco.

Tutto iniziò quando avevo 15 anni.
All’epoca giocavo in una delle tante squadre di calcio giovanile della mia città. I miei compagni erano vecchi amici, ci conoscevamo sin dall’asilo; partecipavamo al campionato provinciale per ragazzi della nostra età, direi piuttosto con onore. Io ero il portiere ufficiale (promozione ottenuta in automatico quando il vero portiere era stato selezionato da una squadra di rango). Comunque me la cavavo bene, e la nostra difesa, forse anche un po’ per merito mio, era la meno battuta del campionato.
Quel sabato pomeriggio giocavamo contro i nostri storici avversari dell’Audace. L’antica rivalità non era mai passata, ed ogni anno, sin da quando eravamo piccoli, sembrava che il fulcro della stagione dovesse essere sempre e solo quella partita.
A metà secondo tempo stavamo vincendo due a uno quando, sul cross di un loro attaccante, uscendo di pugno mi scontrai con il nostro terzino. Il suo ginocchio, in un tentativo di rinvio, mi colpì alla tempia ed io caddi come una pera matura Non ricordo quanto tempo rimasi svenuto, ma la prima immagine che rivedo è quella di mio padre che emerge dal bianco del pronto soccorso. Solo dopo un’ora riuscii a rimettermi in piedi, passati tutti gli esami di routine, con medici ed infermieri che si affannavano intorno a me tra lastre e raggi di luce a ferirmi le pupille.
La botta era stata forte, ma in realtà non mi sentivo che un leggero peso alla testa. E fu uscendo dall’ospedale che li vidi per la prima volta; piccoli, in fila indiana, con le piccozze sulla spalla e vestiti con colori sgargianti  mi passarono davanti mantenendo lo stesso passo e salutandomi allegramente. L’ultimo del corteo, col vestito marrone troppo largo che lo faceva inciampare dopo pochi passi, mi strizzò l’occhio e con la rotazione della mano mi fece l’inequivocabile gesto che significa “dopo ci rivediamo”.
Rimasi stupefatto in mezzo al marciapiede mentre mio padre, avvicinatosi con la macchina, dal finestrino mi faceva segno di salire.
-         che ti prende,  coraggio sali.
-         Ma…papà, non hai visto quei tipi strani…
-         Che tipi….? dài sbrigati che sono in mezzo alla strada
Senza commenti salii sull’auto, ma mi voltai cercando di intravedere dove fossero finiti. La strada era affollata, ma dei sette nemmeno una traccia. Erano scomparsi. Credendo di aver avuto una allucinazione mi sedetti tranquillo e rimasi in silenzio fino a casa.
Diverse settimane dopo, quando ormai avevo completamente dimenticato l'episodio, ci fu il secondo incontro. Stavo entrando nei bagni della scuola quando dall’interno sentii una vocina che diceva:
-         guarda guarda chi si rivede…
Mi bloccai sullo stipite della porta riconoscendo la piccola figura che avevo davanti: le vesti colorate, un badile appoggiato accanto.
-         ma tu …… sei
-         certo, sono proprio io, Gongolo
-         cavolo... E che ci fai qui nella mia scuola?
-         Ah bèh, era ora che ci rincontrassimo, ricordi, l’ospedale…..?
-         Si certo, ora ricordo, ma…..
Proprio mentre stavo per chiedere cosa significasse la sua presenza lì, la porta si aprì ed entrò Andrea, un mio compagno di classe.
-         Con chi stai parlando – mi chiese guardandosi intorno
-         Con lui -. Risposi indicando il nano che avevo davanti
-         Con chi….?
-         Lui non può vedermi – disse Gongolo -  solo tu lo puoi
-         Ehhh….?? - mi sfuggì a voce alta mentre il nano rideva a crepapelle
-         Ehi che ti prende –mi disse Andrea- ti senti bene ?
-         Si…. Si, credo di si….dai torniamo in classe.          
Chiudendo precipitosamente la porta intravidi il piccolo essere che con un sorriso dal taglio misterioso mi salutava mettendosi in spalla il badile.
Per tutto il giorno rimasi scosso, tanto che da quella sera cominciai a girare con un piccolo temperino da boy scout in tasca; ma poco per volta mi convinsi che anche stavolta doveva trattarsi senz’altro di un effetto secondario della botta alla testa di qualche mese prima.
Per qualche tempo non successe più nulla, la vita continuava regolare e non ebbi più alcun tipo di allucinazione. La scuola mi impegnava a dovere, il calcio l’avevo prudentemente abbandonato –su consiglio “disinteressato” di mia madre- e tutto filava senza altri problemi che quelli soliti da adolescente.
Fu nuovamente a diciotto anni, due settimane prima dell’esame di maturità, che ricomparvero. Era la mattina dell'ultimo giorno di scuola e stavolta erano tutti e sette al completo, coi loro vestiti colorati e le facce buffe. In ordinata rassegnafila  me li trovai davanti incamera appena sveglio. Trasalendo mi stropicciai gli occhi e sedendomi esclamai:
-        ancora voi...!
-        Eh si, caro mio …. Eee…ttt….Eeetchù !– rispose Eolo, facendo seguire le parole da uno starnuto che avrebbe sradicato una pianta.
-        Ma cosa volete da me ?
-        Eh, caro giovane, tu ci devi fare un grosso favore.
-        Un favore ? Ma cosa mai 
-        Zitto e ascolta - mi impose Dotto, poi, con fare ampolloso si portò al centro della stanza ed iniziò a parlare:
-        Tu stai per sostenere l'esame di maturità vero ? Bene, noi possiamo, nella nostra qualità di esseri invisibili a chiunque tranne che a te, aiutarti nella prova. Possiamo fornirti la soluzione alle domande in anticipo, o, se preferisci, alterare i risultati ad esame avvenuto.
-        Ma come diav...
-        Allora sei pronto ? -  tuonò improvvisamente la voce di mio padre mentre spalancava la porta.
Poi sorpreso di trovarmi ancora a letto mi si rivolse con un più raffinato:
-        Ma cazzo, sei ancora in mutande..... sbrigati pirla che altrimenti non  faccio in tempo ad accompagnarti a scuola. - Nessun segnale, nemmeno accennato, di aver notato gli ospiti nella stanza.
-        Papà, ma tu non vedi...niente di strano? - chiesi timidamente mentre i sette sembravano godersela un mondo ridacchiando tra loro.
-        Ma sei impazzito ? Cosa dovrei notare di strano in questa stanza più di quanto già non sia -  disse indicando con un gesto ampio tutto il complesso cromatismo di fogli, manifesti, cd, vestiti, fumetti, scarpe che costituiva il mio mondo abituale.
-        Dài, adesso sbrigati che è tardissimo – concluse uscendo.
-        Ma papà...
-        Zitto ! - mi interruppe Brontolo - Come hai potuto già notare  nessuno ci vede o ci sente. Smettila con i tuoi dubbi o sarò costretto a convincerti diversamente – disse accarezzando allusivamente il manico del suo piccone.
-        Allora ditemi, cosa volete da me ?
-        E' semplice, una volta diplomato ti iscriverai all'università, alla facoltà di astronomia ...- continuò Dotto
-        Eh..? e perchè mai? Io voglio fare il medico...- lo interruppi
-        Silenzio ! - tuonò nuovamente Dotto – tu dovrai fare ciò che ti diciamo; una volta conseguita la laurea conseguirai la specializzazione in cosmologia e gravitazione poi ti diremo noi come comportarti.
La voce bellicosa di mio padre che mi chiamava dalle scale interruppe la discussione; mentre con un inequivocabile invito ad uscire Brontolo mi aprìva la porta sogghignando ed inchinandomisi platealmente davanti.
Come previsto dai nani l'esame andò bene, e tuttora non so se per merito mio o... altrui.
Tuttavia lo scoglio era superato; almeno quello intendo dire. Si perchè la notizia che volevo cambiare facoltà  non venne accolta bene in casa.
-        Che diavolo vuol dire che cambi facoltà eh ? Spiegamelo un po', che io nemmeno so che vuol dire astrofisico ! - Fu il primo commento di mio padre
-        Eh beh, ecco...ehm
-        ...e poi dimmi, che diavolo fa un astrofisico, dove lavora,  chi lo paga. Già, dimmi un po', chi ha bisogno di un astrofisico, una ditta, un ente....
-        ..ma non saprei, la Nasa, ad esempio....
-        Ohhhh, smettila per favore....vabè, fa un po' come ti pare – concluse il mio vecchio a cui non piacevano le discussioni.
Così iniziai con lo studio della matematica di alto livello, della chimica e della fisica per finire quasi a darmi del tu persino con la teoria della relatività, con buona pace di Albert.
Nell'impresa venivo aiutato, mio malgrado, dalle sette figure colorate che erano ormai una presenza quasi quotidiana accanto a me.
Ho detto erano? Erano, e sono !
Una vera ossessione, mi parlano, suggerendomi azioni o contestandone altre, sono invadenti  persino nella mia intimità e a volte mi capita di doverli cacciare in malo modo.
L'altra sera, ad esempio, mi sono trovato Pisolo nel letto che dormiva come un sasso.
Lo studio, come dicevo, procede bene fatto salvo questo  maledetto esame di astrofisica nucleare. Gli altri esami sono stati superati in un modo  o nell'altro, spesso avvalendomi della stima maturata in facoltà nei miei confronti, sopratutto in virtù dei risultati ottenuti come assistente ricercatore.
Si perchè, non so sotto quale misterioso influsso, mi capita spesso di compilare fogli su fogli di equazioni senza rendermi nemmeno bene conto di cosa sto scrivendo. E pare si tratti di roba parecchio interessante visto che il professore mi ha già requisito gli appunti, e confrontandoli con altri studi internazionali si è pubblicamente complimentato con me per la straordinarietà delle mie intuizioni. Ha iniziato a parlare di vettori, di coordinate spazio-temporali, di navicelle a propulsione magnetica e di una non meglio identificata rotta per gli anelli di Saturno. Tutto sorprendentemente realizzabile, secondo lui, in breve tempo e a basso costo.
Io non so onestamente di cosa lui stia parlando, so solo che i sette continuano ad assillarmi perchè io superi questo esame decisivo; anche se a loro detta questa  dovrebbe essere la volta buona.
E anch'io non vedo l'ora di finirla con gli studi e con i sette rompiscatole; e se mai fosse possibile realizzare quella benedetta navicella credo farei l'impossibile per rinchiuderci dentro i malefici nani e spedirli dritti all'altro lato dell'universo, il più lontano possibile da me.
Poi mi rendo conto che è solo un sogno, e mi rituffo a capofitto nei libri.
 

METAMORPHOSIS


Sapevo che prima o poi sarebbe successo.
Le cose più segretamente temute, diceva Pavese, prima o poi accadono. Così stavolta è toccato a me.
Quando tutto iniziò, tanti anni fa, non ero ancora l’uomo fatto e compiuto che sono adesso, anzi quello che credevo sarei diventato. Allora ero solo un giovane neoingegnere che passava lunghe giornate piatte alla ricerca di un qualsiasi lavoro accettabile per non pesare sul bilancio di casa. Non che la mia occupazione fosse veramente necessaria alla famiglia, si trattava solo di un sussulto di dignità per dimostrare ai miei di sapermela cavare da solo anche fuori dal nido caldo e rassicurante della nostra casa; in realtà il mio portafoglio non era mai stato vuoto, ma avevo preferito impormi una certo rigore nella vita.
Era una regola che mi ero dato. Una delle tante.
Si perché io vivevo di regole, di matematica, di numeri. Riuscivo  a codificare ogni cosa mi circondasse; persone, cose, azioni. Riducevo tutto a complesse equazioni che nella  mia mente giravano alla perfezione.
Così una partita di calcio non era l’emozione della folla al momento del gol o il profumo dell’erba violata dai tacchetti, ma solo il risultato finale, la durata in minuti, la conta degli espulsi e degli ammoniti, il pubblico pagante o il numero degli abbonati.
E rifuggivo ogni singolo sussulto emotivo che non fosse di matrice matematica. Non un quadro o una scultura, nessun verso o racconto avrebbe potuto mai eguagliare la raffinata, eterea bellezza della logica applicata ai numeri. Anzi vivevo quasi con terrore la possibilità di venire in qualche modo contaminato da quelle inutili manfrine esistenziali umanistiche; mi sfuggiva completamente il senso del parlare d’amore, così ben enunciato nel congiungimento di due dna diversi, così come mi repellevano parole come anima, gabbiani, erba, cuore sentimento.
Odiavo Parigi ed il suo romanticismo e m’intristiva Venezia con la sua immagine da eterna cartolina: l’immancabile gondola con gli innamorati abbracciati ed il gondoliere sorridente,  i piccioni nella piazza e quel grigio spento che immaginavo vestisse la città. Si perché nel mio universo non un colore era in gradazione, tutto era solo bianco o più semplicemente nero. I mezzi colori solo inciampi.
Numeri, numeri, solo numeri e formule per spiegare ogni fenomeno. L’intervallo al semaforo, il numero in coda al supermercato, il cellulare dell’amico e le targhe delle auto. La misura dei gradini, le scale……
Le scale.
Nella continua ed a tratti assillante ricerca di lavoro mi imbattei un giorno in Laura mentre scendeva dalla scalinata del municipio. Una che come me aveva finito gli studi da poco, e che come me cercava dibattendosi di affermare la propria presenza nel mondo.
Vestiva un tailleur classico ed il suo portamento austero mi fece immediatamente pensare a qualcuno che avesse vissuto in un collegio, anzi forse iniziò a piacermi anche  per questo motivo. Era, la sua, un’eleganza ricercata, segno forse di una provenienza agiata; i lunghi capelli castani, che le ricadevano ordinati  sulle spalle, incorniciavano un volto delicato dalla carnagione chiara come una Madonna. Anche lei si accorse di me, e guardandomi per un secondo di troppo mise il piede in fallo e mi precipitò tra le braccia.
Due meravigliosi occhi azzurri mi sorrisero riconoscenti prima ancora di iniziare a parlare, mentre dopo averla rialzata mi affannavo a raccogliere i fogli che si erano sparpagliati ovunque quando mi era rovinata addosso.
-         ti sei fatta male?
-         No, non è nulla, solo un po’ di spavento.
-         Meno male, avresti potuto romperti un osso…
-         Si, meno male che c’eri tu…a proposito, chi devo ringraziare?
-         Ah, beh, io mi chiamo Alberto
-         Io Laura, piacere. Senti che ne diresti di farci un caffè?
-         Certo, ci mancherebbe, andiamo
Conoscersi in quella mattina di aprile ed innamorarsi fu un tutt’uno.
Laura era dolce e delicata, ma solo in apparenza. Dietro quella sua raffinata bellezza, dietro a quegli abiti impeccabili di sartoria, si nascondeva invece un vulcano animato da una vitalità contagiosa. Ogni occasione era buona per cercare di scardinare le regole e le convenzioni: come scoprii in seguito, ad esempio, sotto al tailleur di taglio classico indossava una maglietta degli Stones ed un tanga con disegnato smiley.
Ed un giorno venni pure a conoscenza del suo tatuaggio che, da matematico puro,  inorridendo definii osceno: sulla natica spiccava il volto di Einstein mentre fa la linguaccia. Mi sembrò di morire.
Si era laureata in scienze della comunicazione l’anno prima e lo studio era tuttora la sua passione. Divorava libri su libri; poesia, racconti, classici, ogni cosa per lei era sorpresa e divertimento. Ed era così genuinamente entusiasta che pur di compiacerla iniziai anch’io a leggere qualche testo passato da lei. Lo tenevo quasi nascosto in casa, beninteso, per poterlo sfogliare lontano dagli occhi indagatori dei miei, sempre abituati a vedermi tra le mani fascicoli di fisica o calcolatrici scientifiche che eruttavamo dati su dati.
In breve tempo però, restai contagiato da quella maledetta mania e dentro di me iniziò forse quel piano inclinato che mi ha portato ad essere ciò che sono.
Le storture della vita quotidiana si impossessarono di me come colla, invischiandomi sempre più nella nauseante varietà dell’imprevedibile. Iniziai a guardare ogni persona cercando di giudicarla dalle azioni, non solo dalle apparenze: non più altezza-peso-ricchezza bensì loquacità, profondità di pensiero, persino simpatia.
Contemporaneamente Laura, a cui avevo regalato un libro di fisica sulle teorie inerenti la creazione dell’universo, si stava gradualmente avvicinando al mio mondo. Quando ci incontravamo, prima e dopo l’amore, erano lunghe discussioni a farla da padrone. Divenne in poco meno di un anno espertissima di integrali, derivate e funzioni, anche le più complesse. Ricordo che passammo la sera del mio compleanno lei a parlarmi di fisica quantistica ed io a risponderle con dei versi di Pablo Neruda mentre rapito accarezzavo il nostro gatto nero che mi faceva le fusa in spalla. Ognuno ascoltava solo se stesso –tranne il gatto che doveva sopportare entrambi-  e questo rappresentò per certi versi l’inizio della fine.
Ci sposammo l’anno dopo, appena trovato un lavoro decente, che era settembre. Io venni assunto alla redazione del quotidiano della mia città quale curatore della pagina culturale: poesia, scrittori, recensioni, convegni e quant’altro. Lei invece trovò lavoro poco dopo presso una compagnia di assicurazioni come esperta in previsioni sugli investimenti e statistica.
Quando si dice che la vita è strana. Tutto funzionava capovolto, le nostre abitudini, le nostre attività, il lavoro, l’amore… anche l’amore.
Si perché dentro di me sapevo la maledetta verità: lei contava i nostri amplessi, si segnava mentalmente la durata in minuti di ognuno e gli intervalli tra un orgasmo e l’altro,  e non  solo quello; un giorno mi disse: ma lo sai che secondo me ti si è accorciato di un centimetro almeno….?
Troppo sorpreso per risponderle a tono mi limitai a spegnere la luce e continuai il mio dai e dai.
Il suo godimento era apparente, lo sapevo benissimo; e a nulla serviva la mia passione scatenata a fronte di un comportamento -il suo- più da robot che da femmina. Al buio la sentivo ansimare piano ma era una sorta di respiro meccanico, indotto più dalla volontà che non dalla passione. Finì che dopo un po’ i nostri incontri si diradarono gradualmente sino a trasformarsi in sporadici episodi mensili.
Oggi siamo quasi estranei, a letto come fuori. Nel suo tempo libero lei si occupa della macchina, del motore e di scacchi. Io mi appassiono di cucina ed architettura, cercando di rendere la nostra casa un poco più a misura d’uomo. Mi impegno tra i fornelli e faccio finta di non sentire quando a tavola la sento ragionare sulle calorie che sta consumando.
In fondo è solo colpa mia; se quel giorno scendendo dalle scale non l’avessi afferrata, o se fossi passato di lì qualche secondo dopo, o qualche secondo prima…
Dovrò chiederglielo prima o poi. Sicuramente esisterà da qualche parte un calcolo delle probabilità da poter incolpare…








L'UOVO



Mamma Santina era una donna forte.
Vestiva ancora rigorosamente in nero, essendo rimasta vedova poco dopo la nascita di Saro, il terzo figlio. Da da allora aveva intrapreso la missione, almeno così lei la riteneva, di allevare i figli nella maniera migliore possibile.
La masseria ereditata dal marito, una delle rare realtà contadine autonome nella Sicilia degli anni 20, era grande, troppo grande da guidare senza un uomo ma la donna si era rimboccata le maniche ed aveva cominciato a darsi da fare sin da subito; e giorno dopo giorno era riuscita, alternando alle notti in bianco passate ad allattare faticose giornate nei campi, a far crescere i tre bambini senza agiatezze, anzi spesso con la fame compagna del giorno sino a sera, ma onestamente, e sopratutto insieme, rifondando da zero quella famiglia di cui era stata privata con la morte del marito.
Certo qualche sacrificio era stato necessario, nessuno dei tre aveva frequentato per più di un paio di anni la scuola dell'obbligo, ed i loro vestiti, passati dal più grande al piccolo come cosa naturale, erano lucidi dall'uso prolungato, ove non rammendati. Tuttavia sapevano di pulito, e lei si specchiava orgogliosa nei loro sorrisi quando li vedeva rientrare dal lavoro.
Stravolti dal caldo e dalla fatica, con le schiene bruciate  dal sole,  Giuseppe, Antonio e Saro tornavano ogni sera dai campi adiacenti l'abitazione principale della masseria.
Posta su di un rialzo del terreno la casa, piccola ma ombreggiata da una vivace oasi di piante d'alto fusto, dominava gli appezzamenti coltivati. Il grano verso destra, curato da Giuseppe, avrebbe dato loro il sostentamento per quasi tutto l'anno, se il raccolto fosse stato sufficiente ed il prodotto di buona qualità.
Il grande orto al centro era curato da Antonio, 17 anni, sempre intento a seminare, zappare, tagliare, nuove specie di ortaggi per il fabbisogno famigliare.
A Saro, il più giovane coi suoi 15 anni, era stata invece affidata la responsabilità del vigneto che si stendeva sulla collina. I vitigni erano piccoli, non più di un metro da terra per consentire all'umidità raccolta dalle radici un percorso breve verso i grappoli prima che il calore intenso ne seccasse il tronco; ma l'uva era pregiata ed avrebbe generato un superbo vino da taglio.
Da un paio di anni però le cose non andavano bene; una perdurante siccità aveva quasi prosciugato il pozzo, rendendo difficile persino la coltivazione degli ortaggi di stagione; e anche gli animali dell'aia, come in una partita a domino con la disgrazia, avevano cominciato a  morire uno dopo l'altro per qualche malattia ignota. E ora Santina era rimasta solo con due galline a razzolarle in cortile, disorientate forse da tanta solitudine.
Anche i ragazzi erano delusi; il loro impegno quotidiano non sembrava sortire alcun effetto e la terra, più arida che mai, non restituiva nulla ai loro sforzi, né forse lo avrebbe fatto ancora per chissa quanto tempo. Così ogni sera a Santina si stringeva il cuore nel vederli rientrare impolverati a testa bassa e senza nemmeno rivolgersi la parola; la cena, davanti a quel poco che si riusciva a mettere insieme, era l'unica occasione in cui poter parlare, ma anche quel momento era cupo, e la donna avvertiva forse per la prima volta nei figli la voglia di cambiamento.
Una sera aveva sentito Antonio raccontare ai fratelli di alcuni amici che erano partiti per l'America qualche mese prima; e mentre ne parlava gli brillavano gli occhi. Santina, che sapeva interpretare i desideri dei suoi ragazzi, aveva bruscamente chiuso il discorso dicendo che gli amici suoi non avevano una terra da coltivare e la masseria da mandare avanti.
Così ai tre non era rimasto che continuare a sognare col capo chino sul piatto vuoto mentre Antonio mormorava uno sconsolato “comu vuliti”.
La cena della sera dopo fu ancora più misera, solo un poco di pasta coi broccoli condita con uno striminzito filo d'olio ad insaporire il tutto ed un pezzo di pane duro come la pietra. I figli non si lamentavano mai, ma quella sera a lei sembrò di leggere nei loro occhi una tacita accusa che la fece sentire impotente davanti alle avversità.
Ma la parola resa non faceva parte del suo vocabolario.
Così la mattina dopo, nascondendo in un fagotto una delle ultime uova che teneva gelosamente custodite nella madia, prese in disparte Giuseppe prima che uscisse e gli disse:
- pigghiti st'ovu e ammuccialu, è l'uttimo rimasto e oggi tu rugnu attia pi' ddariti a fozza 'i travagghiari chiù fotti e l'autri. M'arraccumannu però....mutu 'a stari. *
Il ragazzo la guardò sorpreso poi, con un impercettibile cenno di assenso,  si infilò l'uovo in tasca ed usciì per raggiungere il campo.
La madre lo seguì con lo sguardo sin che lui fu lontano, perso dietro le grandi pale di fico d'inda che crescevano a lato del muretto di confine.
La stessa cosa Santina fece separatamente con Antonio prima e con Saro poi.
Ad ognuno di loro consegnò nascostamente un uovo, intimando di non farne parola con nessuno dei fratelli.
Soddisfatta li osservò raggiungere ognuno il proprio lavoro e rientrò in casa.
Mentre qualche ora dopo il sole a picco arroventava  le teste, le schiene ricoperte dal sudore  rivelavano lucide geografie di muscoli in movimento. Nel frattempo Santina rammendava vecchie camicie logore nell'ombra del portico osservando la campagna immobile intorno.
Qualche rado volo di uccelli a turbare l'afa crescente era la  sua unica distrazione, ma durava solo un attimo. Incurante del trascorrere lento del tempo lei riprendeva il lavoro di ago e filo alternandolo, come condottiero sul campo di battaglia, a guardinghe occhiate per controllare le sue truppe.
E quando, schiantato dalla fatica, uno dei tre si rialzava dal lavoro per rifiatare anche un solo momento, in lontananza giungeva inconfondibile la voce di Santina ad ammonire:
- ariccodditi l'ovu....












* prendi quest'uovo e nascondilo, è l'ultimo rimasto e oggi lo do a te perchè tu possa lavorare più forte degli altri. Però mi raccomando, non parlarne con nessuno